Rocca delle Macie

Vini: Roccato 2015, Cabernet Sauvignon che profuma di Chianti Classico / First & Food

Da food.firstonline.info, 24 giugno 2020, “Vini: Roccato 2015, Cabernet Sauvignon che profuma di Chianti Classico”, articolo a firma Rita Cavalli

Rocca delle Macìe, azienda fondata negli anni ’70 dal produttore cinematografico dei film di Bud Spencer e Terence Hill, ha puntato fin dall’inizio alla creazione di vini dalla grande personalità. La grande scommessa: restituire il concetto di “toscanità” ad un vitigno non autoctono come il cabernet sauvignon facendo emergere il carattere del territorio

Rocca delle Macìe, azienda del vino a Castellina in Chianti nel cuore del Chianti Classico, un marchio solido sin dalle fondamenta, è un progetto che parte agli inizi degli anni Settanta per desiderio di Italo Zingarelli, il produttore cinematografico che rese famosi Bud Spencer e Terence Hill.

Oggi il testimone dell’azienda è passato a Sergio Zingarelli, figlio di Italo in azienda dal 1985. Con lui, sua moglie Daniela e i suoi figli Giulia e Andrea, direttamente coinvolti nelle attività amministrative, produttive e commerciali. Oltre quarant’anni di imbottigliamenti (prima annata 1978), intrecciati con le importanti vicissitudini del Chianti Classico e di quelle del vino italiano, hanno fatto sì che la famiglia Zingarelli, romana di origine, si incardinasse definitivamente nel tessuto agricolo ed economico di questa zona chiave del mondo del vino toscano.
L’azienda ha saputo declinare, negli anni e con successo, il vitigno principe di queste terre, il sangiovese, in una serie di etichette di Chianti Classico identitarie e territoriali.

Chianti Classico Docg, Chianti Classico Docg Riserva e Chianti Classico Docg Gran Selezione sono le tipologie provenienti dalle quattro tenute in proprietà nel comune di Castellina in Chianti: Le Macìe (acquistata nel 1973), Tenuta Sant’Alfonso (acquistata sempre nel 1973), Riserva di Fizzano (un intero borgo medioevale con vigneti e oliveti acquistato nel 1985, completamente ristrutturato dall’architetto “di famiglia”, Fabio Zingarelli, fratello di Sergio e Sandra, oggi Relais con ristorante e numerosi servizi dedicati all’accoglienza e al turismo), Le Tavolelle (nel 1998).

Un impero, frutto di lungimiranti investimenti, tenuto in piedi dalla dedizione familiare e dalla decisione di lavorare alla creazione di vini dalla grande personalità, puntando sul vigneto, sul sangiovese e sul terroir chiantigiano. E lo si è potuto costatare quando l’azienda ha deciso di mettere mano al reimpianto dei vecchi vigneti messi a dimora da Italo Zingarelli tra il 1974 e il 1975 ancora oggi in piena produzione, ma che non davano quell’uva che Sergio e i componenti del suo staff, (l’agronomo Alfio Auzzi, l’enologo Luca Franciosi e il consulente Lorenzo Landi) stavano cercando per rendere al meglio l’espressione del terroir chiantigiano attraverso il sangiovese.

Uno dei punti di forza dell’azienda è, infatti, nei vigneti: giardini integrati nella bellezza dell’ambiente, liberi di disegnarne i contorni in perfetta armonia e al tempo stesso monitorati con tecniche all’avanguardia che mantengono alto il rispetto dell’equilibrio naturale nel quale sono inseriti.

“La programmazione dell’attività agronomica, concertata di volta in volta con tutto lo staff” dice Sergio Zingarelli, patron dell’azienda, “si basa tra gli altri anche sul monitoraggio costante del livello qualitativo dei prodotti dell’azienda, per portarli ogni volta su posizioni sempre più alte. Mantenere fede alla nostra filosofia comporta un enorme sforzo sia umano sia imprenditoriale” continua Sergio “ma siamo sostenuti dalla soddisfazione dei risultati raggiunti finora, e dalla convinzione che potremo raggiungere in futuro livelli ancora più alti.

Un entusiasmo sulla qualità che leggiamo sia nelle annate che sono state supportate da un favorevole andamento climatico, sia in quella delle annate più complicate, che ci hanno permesso di verificare sul campo che in questi anni abbiamo fatto un ottimo lavoro”.

All’interno dello staff aziendale, uno dei personaggi di questa parte così importante per la produzione dei vini di Rocca è il suo responsabile viticolo, Alfio Auzzi. “Lo stato attuale delle cose, agronomicamente parlando, deriva da un certosino lavoro di programmazione dei reimpianti che ha interessato tutte le tenute del Chianti Classico della famiglia Zingarelli già a partire dagli anni Novanta. Completati i reimpianti a Le Macìe e Sant’Alfonso, quelli della Riserva di Fizzano iniziati nel 2018 termineranno nel 2022″.
“Dal punto di vista strettamente tecnico, ad esempio, con l’esperienza maturata in vigna e in cantina, ci siamo resi conto che i risultati migliori nei possedimenti chiantigiani di Rocca si ottengono con una densità di impianto di circa 5.500 ceppi/ettaro.

Un punto di arrivo importante, dopo quaranta anni di attività, se si pensa che erano partiti dai 2.200 ceppi ettaro alla fine degli anni Settanta e si erano spinti fino ai circa 6.600 alla fine degli anni Novanta. Questo stravolgimento è stato accompagnato dalla scelta precisa di abbracciare la causa del sangiovese, ridimensionando ove possibile i vitigni internazionali. Nei nuovi impianti abbiamo curato in modo particolare l’utilizzo di cloni e portainnesti selezionati per ciascuna parcella, abbinando la scelta a pratiche agronomiche mirate che inducono nella pianta uno stress moderato e bilanciato con le specifiche condizioni microclimatiche. La sinergia tra questi fattori ci ha garantito una qualità eccellente e costante delle uve, e ha fatto da calmiere nelle annate difficili”.

Come in tutte le aziende toscane nate tra gli anni Settanta e Ottanta accanto al sangiovese i vigneti presentano anche una quota di vitigni tradizionali, come il colorino e il canaiolo, e una quota di vitigni internazionali, soprattutto cabernet sauvignon e merlot. Questi ultimi due hanno segnato, con la loro presenza, più di un decennio di produzione del vino in Toscana a partire degli anni Ottanta per l’affermazione, soprattutto oltreoceano, dei cosiddetti Supertuscan, ossia vini non irregimentati nelle denominazioni di origine territoriali, che rispondevano ad una esigenza di internazionalizzazione del gusto.
Nacque in quell’ottica in casa Rocca nel 1988 l’Igt Toscana Roccato, concepito come blend paritario di sangiovese e cabernet sauvignon, lo storico Supertuscan dell’azienda di Castellina.

Negli anni si è affermato come vino rappresentativo del saper fare aziendale, nella gestione agronomica, nella gestione delle vinificazioni e del giusto dosaggio dei legni di maturazione in cantina.
Ma l’aspetto più eclatante è stato quello di scoprire, attraverso la costanza degli assaggi nei decenni, come il cabernet sauvignon, qui in blend con il sangiovese, riuscisse a restituire il concetto di “toscanità”, ossia di “vino prodotto in terra toscana”, qui in particolare chiantigiana, pur essendo un vitigno non autoctono e fortemente varietale e riconoscibile.

Il Roccato nel corso degli anni ha dimostrato quanto può essere forte l’influenza del terroir sul vitigno, tanto che nelle sue espressioni più riuscite il vino pare “sapere di Chianti Classico”, ossia pare che riesca a restituire aromaticamente quei caratteri inconfutabilmente chiantigiani legati appunto al territorio e non al vitigno che si utilizza in vinificazione.
Il bagaglio di questa esperienza ha portato alla decisione di creare, a partire dalla vendemmia 2015, un Roccato Igt Toscana che fosse un cabernet sauvignon in purezza, ottenuto dal singolo Vigneto “Poggio alle Pecchie”, impiantato nel 1996.

Il Roccato nell’annata 2015 -6.500 le bottiglie prodotte- si presenta con un colore rosso rubino saturo ma rilucente. Offre un approccio aromatico intenso e stratificato con profumi di piccoli frutti di bosco rossi e neri, spezie scure, in particolare pepe nero, a cui fanno da rincalzo sensazioni di tabacco biondo, resina e radici. Al gusto approccia come atteso, ampio e di grande struttura, con tannicità che arriva tonica e preziosa ad equilibrare la componente alcolica ed estrattiva. Nel finale, rispondente, si ripropone soprattutto il respiro speziato del vitigno con richiami a rosmarino, e ancora frutti di bosco e tabacco. Il consiglio è quello di provarlo, servito fresco, su un piatto di pappardelle al ragù di cinghiale in cui si esaltino mutualmente la “toscanità” delle carni e i profumi speziati del cabernet che asseconderanno aromaticamente il carattere selvatico della carne, domato da lavorazione e cottura. Il vino proviene dalla vinificazione di uve rigorosamente raccolte a mano, selezionate direttamente in vigna. La vinificazione è svolta in barrique, segue maturazione ancora in barrique di rovere francese per un periodo di almeno 14 mesi ed un affinamento in bottiglia di altri 12 mesi prima dell’immissione in commercio.

[Fonte articolo: First & Food]

 

Fonte: VinotypeLink articolo diretto

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